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Autobianchi Bianchina Cabriolet: utilitaria elegante

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Fu l’utilitaria elegante per eccellenza. La versione Cabriolet aveva quell’ulteriore tocco di esclusività in più che la rendeva unica. Tra l’altro, era l’auto preferita dallo scrittore Giovanni Guareschi, il papà di Don Camillo e Peppone. Noi ne abbiamo scovata una…

Nel 1957, nel cuore dell’epoca d’oro dell’automobilismo italiano, nacque un’icona destinata a segnare la storia dell’auto: la Bianchina dell’Autobianchi. Questo gioiello automobilistico, concepito pochi mesi dopo il lancio della celebre Fiat 500, doveva incarnare l’essenza del lusso e dell’eleganza, offrendo una versione più sofisticata della sua “cugina” Fiat. L’obiettivo della Bianchina era chiaro sin dalla sua concezione: differenziarsi dalla Fiat 500 con una linea più raffinata e distintiva, mantenendo però la stessa meccanica e l’impostazione “tutto dietro”. Nasceva così una piccola tre volumi trasformabile, caratterizzata da un tetto apribile in tela e da due sole portiere incernierate posteriormente. Sebbene nominalmente progettata per quattro passeggeri, i posti posteriori erano più adatti a piccoli spostamenti, con un comfort limitato.

Tuttavia, la storia della Bianchina non si fermò qui. Nel corso degli anni, l’auto subì diverse evoluzioni per migliorare comfort e funzionalità. Fu solo qualche anno dopo, nel 1960, che venne introdotta la vera quattro posti, caratterizzata da portiere incernierate anteriormente, un secondo vetro laterale e un lunotto verticale. Questa versione, resa celebre dai film del mitico personaggio di Fantozzi, rappresentava l’apice della praticità e della versatilità per la Bianchina. Interessante è il fatto che già nel 1958 fosse stato realizzato un prototipo di cabriolet con le stesse caratteristiche della berlina trasformabile, su richiesta di un eccentrico miliardario statunitense. Tuttavia, questa versione non ebbe seguito produttivo, rimanendo un esemplare unico e prezioso nella storia dell’automobilismo.

La Bianchina dell’Autobianchi non è solo un’auto, ma un’icona che incarna lo spirito dell’Italia del dopoguerra: innovazione, stile e passione. La sua storia è un tributo alla creatività e all’ingegno degli uomini e delle donne che hanno contribuito a plasmarla, e continua a ispirare gli appassionati di auto d’epoca e non solo. Rimane una delle gemme dell’industria automobilistica italiana, un simbolo di eleganza e raffinatezza che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’auto. La sua evoluzione nel corso degli anni è un testamento alla capacità di adattamento e innovazione di un marchio che ha saputo conquistare il cuore degli appassionati di tutto il mondo.

La più piccola al mondo

Le cose andranno molto diversamente nel 1959, quando all’Autobianchi di Desio (la fabbrica era nata in seguito ad un accordo a tre fra Fiat, Pirelli e la Bianchi) si comincia a studiare a una versione cabrio della Bianchina. L’ingegner Luigi Rapi studia la vetturetta che ben presto diventerà la più piccola cabriolet al mondo e che sarà presentata ufficialmente in occasione del Salone di Ginevra del 1960. Un’auto a due posti più due “molto” di fortuna, elegante e raffinata, ricca di cromature, e che molti clienti ordineranno con le simpatiche gomme fianco bianco che in quell’epoca erano tanto di moda.

I paraurti avvolgenti sono formati da ben dodici pezzi mentre nel frontale sono scomparsi i due baffi cromati ai lati dello stemma Autobianchi. Nella fiancata spicca il profilo inox che racchiude un fregio verniciato in nero lucido. Nuova anche rispetto alla Bianchina berlina trasformabile la forma delle frecce laterali, costituite da due piccoli rombi affiancati inseriti nel già citato fregio. Dopo i primi esemplari di pre-serie, la dotazione standard includerà anche un elegante specchietto esterno cromato il cui design si deve alla Vitaloni. L’interno è elegante e raffinato, per una vettura così piccola, con la classica strumentazione Autobianchi romboidale posta davanti al guidatore.

Mancano, però, le alette parasole, che arriveranno troppo tardi su questo modello: infatti, faranno la loro comparsa soltanto sul prototipo di una serie Lusso che avrebbe dovuto essere presentata nel 1969, ma che in realtà non entrò mai in produzione. L’esemplare che vedete in queste pagine è stato prodotto nel 1961, per cui aveva già il motore della 500 D (le prime cabriolet avevano invece il motore della Fiat 500 Sport, poi uscita di produzione), filtro aria di maggiori dimensioni con base saldata al coperchio del ventilatore, e nel vano anteriore la sostituzione del serbatoio con uno di un tipo che consenta un più agevole stivaggio dei bagagli pur mantenendo la stessa capacità di 21 litri della prima serie. Le modifiche estetiche sono di dettaglio, ritocchi ai fanalini e protezioni in gomma ai paraurti, mentre internamente spiccano i pannelli portiera con tasca applicata più in alto e l’adozione di tappeti in gomma sul pavimento, al posto della troppo delicata moquette che aveva caratterizzato la prima serie.

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Autobianchi Bianchina Cabriolet – Foto RM Sotheby’s

Tessuto optional e tre marce

La manovra di aggancio e sgancio della capote è piuttosto semplice, anche se bisogna essere in due per eseguirla rapidamente, e una volta abbassata la capote è piuttosto facile nasconderla alla vista con un’apposita copertura. I sedili erano di serie in finta pelle, mentre il rivestimento in tessuto era un optional. Un mensile specializzato dell’epoca definì il livello di finitura di quest’auto “buono, specialmente all’interno, con tappetini e rivestimenti che mostrano accuratezza da parte del costruttore”.

Il sedile è piuttosto inclinato verso l’interno, ma l’assetto di guida della Bianchina Cabriolet consente di assumere una posizione abbastanza riposante. All’epoca in cui la Fiat 500 aveva soltanto la spia della riserva, spicca nella Bianchina la presenza dell’indicatore livello carburante, che sulla stessa 500 comparirà soltanto sulla versione Lusso presentata nel 1968. I comandi sono pochi e tutti facilmente raggiungibili: le classiche levette per le frecce e le luci sul canotto dello sterzo, il pulsante dell’avvisatore acustico al centro del volante, le due piccole levette per l’aria e lo starter, poste sul piccolo tunnel centrale, tra il cambio e il freno a mano.

A proposito di cambio, è bene ricordare che la Bianchina non ha quello della Fiat 500, privo di sincronizzatori e dotato di imbocchi facilitati: ciò costringeva in scalata i proprietari della piccola Fiat ad effettuare la classica doppietta, perdendo quindi molto tempo per le cambiate se non si vogliono rischiare delle sonore grattate. Qui soltanto la prima non è sincronizzata, mentre tutte le altre marce lo sono, e questo è un aspetto della Bianchina che piaceva sicuramente alla clientela femminile, al di là dell’eleganza della linea. Ma come si guida la Bianchina Cabriolet? Prima di tutto va detto che in materia di visibilità le cose cambiano dal giorno alla notte, ovviamente, con la capote alzata o abbassata. Tutto bene nel secondo caso, qualche problema nel primo. Inoltre, il lunotto, in materiale plastico, tende ad opacizzare con il tempo, per cui diventano preziosi gli specchietti retrovisori esterni. Non a caso, molti proprietari fanno portare anche il secondo, sul parafango anteriore destro.

Un furetto da città

Grazie alle sue limitate dimensioni, la Bianchina è molto maneggevole in città. Il motore può apparire… incerto e trepidante ai bassi regimi, mentre le cose migliorano appena si insiste un po’ con il gas. La rumorosità si fa sentire, soprattutto quando si devono tirare le marce. Lo sterzo è leggero e con un diametro di sterzata di poco più di 8 metri l’auto si gira realmente in un fazzoletto. I freni si comportano molto bene alle base e alle medie velocità, mentre se si deve rallentare con decisione andando a velocità prossime alla massima, compresa tra i 90 e i 100 km/h, occorre un minimo di accortezza per prevenire con il volante qualche lieve reazione del corpo vettura. E a proposito di tenuta di strada, va detto che qui le cose migliorano leggermente rispetto alla Fiat 500, con ogni probabilità grazie alla diversa distribuzione dei pesi. In salita, la seconda si rivela una sorta di marcia “tuttofare”, risultando piuttosto corta. Chiaramente, vista la limitata potenza del motore, qui si deve ricorrere spesso al cambio, che non è rapidissimo nell’uso.

La carriera della Bianchina Cabriolet proseguì nel 1962 con la seconda serie, che si distingueva per la diversa selleria (i maligni dicono che era una tradizione dell’Autobianchi cambiare ogni anno i pannelli delle portiere…), l’adozione di un batticalcagno più largo e di ganci della chiusura della capote non più fissi ma rotanti. Nuovo il design dei cerchi. Nel 1965 appare la terza serie, con un filtro dell’aria maggiorato, il coperchio punterie di dimensioni più grandi e con un tappo predisposto per la fuoriuscita dei gas, la dinamo più potente e l’irrobustimento della frizione, dei semiassi, degli attacchi del motorino di avviamento e di alcune parti della scocca.

Nuovo anche il serbatoio carburante, del tipo a barilotto, molto arretrato verso il cruscotto per dare più spazio per i bagagli nel vano anteriore. Cambiato anche il look dei cerchi ruota in color alluminio, mentre è ora di forma rettangolare la vaschetta per il liquido dei freni. All’interno scompare la tinta nero opaco nella parte inferiore del cruscotto, che ora monta al centro un portacenere. Nuovi anche i pannelli porta, con tasca centrale con elastico, mentre il pulsante del clacson non è più contornato da un anello dorato. Il cassetto porta oggetti è in plastica nera ed è avvitato, anziché essere in metallo saldato. La terza serie successivamente riceverà altre modifiche di dettaglio, come il finto legno misto a plastica nera sul cruscotto e le cornici dei fari più squadrate.

L’aumento delle vendite della Cabriolet nel 1967 sembra convincere in un primo tempo il reparto commerciale a mantenere in vita la piccola scoperta, tanto che si arriva a studiare una Cabriolet Lusso che dovrebbe essere presentata alla stampa nel 1969. Vengono anche allestiti alcuni prototipi pre-serie, che si distinguono per il cruscotto imbottito, le alette parasole, il nuovo stemma Fiat-Autobianchi e soprattutto il motore che verrà poi montato sulla Fiat 500 R, di 594 centimetri cubici. All’ultimo momento un ripensamento indusse i vertici Fiat a chiudere la produzione della Cabriolet: fu un vero peccato perché a quell’epoca la Bianchina Cabriolet aveva ancora molti estimatori e avrebbe potuto essere venduta anche negli Anni ’70 affiancandosi alla Bianchina Giardiniera, erede della 500 Giardiniera e unica superstite delle bicilindriche prodotte a Desio. Complessivamente della Bianchina Cabriolet sono stati prodotti: 1.050 esemplari della prima serie (1960), 5.500 della seconda serie (1961-1964), 2.750 della terza serie (1965-1969).