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Bonnet Djet, l’alternativa all’Alpine A110

Costruita in pochi esemplari, montava un motore Renault Gordini. La vettura dell’artigiano francese era interessante ma non riuscì a raggiungere la popolarita di quella prodotta a Dieppe

Può vantare un record, è stata la prima vettura francese a montare un motore posteriore centrale, un’architettura utilizzata solo successivamente sia da Ferrari che da Lamborghini. Una vettura prodotta in poche migliaia di esemplari sessant’anni fa e di cui oggi, ovviamente, rimangono pochi esemplari circolanti. E’ la Djet, creata nel 1962 dall’artigiano francese Renè Bonnet di Champigny che aveva scelto come simbolo della sua azienda il capricorno, il suo segno zodiacale.

La Djet ebbe anche un’impronta sportiva: si presentò alla 24 Ore di Le Mans nel 1962 con Bernard Consten e José Rosinski, montando un motore Renault Gordini 4 cilindri di 996 cc si piazzò 17esima assoluta e prima di classe fino a 1000 cc. La linea era opera di Jacques Hubert e, rispetto alla versione stradale, presentava un allargamento della parte posteriore. La vettura corse poi in altre gare su pista e nei rally con risultati interessanti.

Nel frattempo Claude Bonnet, figlio di Renè, dopo aver prestato servizio militare tornò in azienda a collaborare con il padre. Dal loro lavoro nacque la AeroDjet per Le Mans 1963, una versione allungata e aerodinamica della vettura precedente appositamente studiata per i lunghi rettifili della Sarthe. Cinque vetture furono iscritte ma una sola arrivò al termine, quella affidata a Jean Pierre Beltoise e Claude Bobrowski, undicesima assoluta alla media di oltre 150 km/h.

Il risultato convinse i Bonnet a continuare sulla loro strada. Nel 1963 nacque la Djet 1 in versione stradale. La meccanica era sempre quella della Renault Gordini, con il motore portato a 1108 cc e 66 CV. A seguire arrivò la più sportiva Djet II da 80 CV ma lo sviluppo si arrestò dopo soli 198 esemplari. Nel 1964 Renè Bonnet, a causa di problemi di salute, cedette la produzione della Djet alla Matra Sport. Il figlio Claude lavorò con loro per un anno prima di staccarsi per costruire monoposto di Formula su base Volkswagen. Nel 1965 furono presentate la Djet V e VS, sostituite due anni dopo dalle JET 5 e 5S. A Ginevra 1967 fece la sua apparizione la 530 con motore Ford Taunus 1.7, più comoda ma meno sportiva e dal design non riuscitissimo.

la Djet iniziale presentava un motore centrale, due posti secchi e con una buona distribuzione dei pesi era eccellente. Grazie al telaio tubolare, carrozzeria in vetroresina e un peso di soli 600 kg, le prestazioni erano esaltanti: impiegava 8 secondi da 0 a 100 km/h, prestazione che negli anni ’60 per una vettura di solo 1,1 litro di cilindrata era ottima. Aveva sospensioni a ruote indipendent e freni a disco con pneumatici da 15″. Il Cx di 0,25 nella versione stradale e di 0,22 in quella da corsa le permetteva di superare i 200 km/h.

Le Djet Matra sono diverse da quelle Bonnet. La Matra infatti, per renderla più stabile e sicura, ha allungato la vettura di 40 cm, allargata di 10 cm e appesantita di 50 kg, a causa di traverse rinforzate e supporti dei triangoli posteriori più lunghi. Rispetto alla Bonnet, la Matra si presenta con dei paraurti a lama, fanali tondi d’origine Simca e soprattutto l’apertura del cofano motore con cerniera verso l’abitacolo per una maggior praticità. Il frontale presenta due grandi fari carenati tipici degli anni ’60 e il cofano molto basso e filante. La vista laterale ricorda l’anteriore dell’Alpine A110 e il posteriore dell’Opel GT, ma nel complesso la Djet è una creatura unica, nata dalla passione e purtroppo abbandonata per il progetto successivo, la meno riuscita 530.